Tutto fa pensare che le cose non vadano un granché bene in questo Paese.
Se poi a questa notizia aggiungiamo quest’altra (del 28/02/2008):
Figli di dirigenti che diventano dirigenti e figli d’impiegati che diventano impiegati. Paghe che si fanno sempre più esili, occupazioni persistentemente precarie e disparità di genere e geografiche che permangono nella loro gravità. Una società priva di dinamismo sociale ed economico. Sono tutt’altro che liete le scoperte che quest’anno gli oltre trecentomila neolaureati, la cui truppa di anno in anno andrà facendosi più esigua per ragioni demografiche, hanno fatto al momento di approdare nel frastagliato mondo del lavoro.
Quest’anno un neolaureato si è ritrovato nella propria busta paga 1.040 euro. Una cifra che, in termini di potere di acquisto, vale il 92,9 per cento di quello che guadagnava un neolaureato del 2001. E seppure aumenta lievemente il tasso di occupazione, il 48 per cento si ritrova ancora a fare i conti con un tipo di lavoro dalla natura precaria. I dati sono quelli del X Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati italiani presentato oggi a Catania da AlmaLaurea, il consorzio che riunisce cinquantuno università italiane e che ha raccolto la testimonianza di 92 mila laureati.
Ma veniamo alla paga. Seppure i laureati hanno avuto a disposizione lungo tutto l’arco della vita uno stipendio significativamente superiore a quello dei loro coetanei diplomati, la laurea ora non sembra essere più così premiante. Quest’anno la paga media è stata di poco superiore a mille euro e inferiore, in termini di potere d’acquisto, a quella del 2001. Ad essere penalizzate sono sempre le donne che quest’anno portano a casa solo 925 euro rispetto ai 1.186 dei loro coetanei uomini. Dopo cinque anni la paga sale in media a 1.342 euro con costanti disparità territoriali: al Nord si toccano i 1.382 euro, al Centro i 1.288 mentre al Sud si rimane fermi a 1.195 euro.
Che i giovani di oggi fossero destinati a un futuro meno roseo dei loro genitori lo si era cominciato a capire da tempo. Ma arrivano sempre più conferme di quello che sta accadendo. Qualche mese fa, uno studio di alcuni ricercatori della Banca d’Italia aveva mostrato come negli anni Novanta la retribuzione dei giovani avesse subito una riduzione significativa rispetto a quella dei loro colleghi più maturi, e come alla misera paga d’ingresso, si era andata sovrapponendo una carriera molto meno dinamica e quindi incapace di assicurare una crescita retributiva che compensasse una partenza così fiacca.
A questo si aggiunga la scarsa mobilità sociale. Secondo i dati di AlmaLaurea, a cinque anni dal conseguimento del titolo un giovane laureato figlio di operai guadagna 1.238 euro al mese, mentre un ragazzo con lo stesso titolo di laurea ma che proviene da una classe più agiata riesce a portare a casa 1.437 euro: ovvero 200 euro in più ogni trenta giorni. E queste differenze si notano in tutte le facoltà. Per chi esce da economia e statistica diventano anche più acute: 1.276 euro ai figli di operai e 1.519 euro ai figli di chi sta più in alto nella gerarchia sociale. Tra gli ingegneri la differenza è di poco
inferiore ai 200 euro (1.574 euro contro i 1.759 euro), tra i giuristi e i laureati del gruppo politico sociale siamo sempre sopra ai cento euro al mese.
Insomma di padre in figlio. Se ne può trovare conferma anche se si va ad analizzare il titolo di studio di laurea del genitore e quello della prole. Si scopre che buona parte dei padri architetti (il 44 per cento) ha un figlio laureato in architettura, quattro giuristi su dieci hanno un figlio laureato in giurisprudenza e lo stesso accade agli ingegneri,
ai farmacisti e ai medici. Con evidenti ricadute sui percorsi occupazionali. Tanto che il 16 per cento dei figli di dirigenti arriva, dopo solo cinque anni dal titolo di laurea, a ricoprire la carica d funzionario o dirigente mentre a più del quaranta per cento dei figli di impiegati succede di ripercorrere il sentiero professionale del padre.
…e se anche a voi, come a me, è capitata la fortuna di conoscere qualche meraviglioso “figlio di papà” e valutarne la maturità, l’acume, la preparazione, la ferrea morale e la modestia, incredibile in soggetti tanto dotati, appare sempre più chiaro perché “l’azienda Italia” – per usare una perifrasi cara alle destre nazionalpopolari – stia andando a catafascio: una serie di aziende messe in mano a degli incompetenti privilegiati non può che generare un Paese prossimo alla bancarotta in cui gli incompetenti privilegiati in questione non pensano che ad arraffare tutto l’arraffabile, fregandosene del futuro, dell’ambiente, delle risorse, delle classi meno abbienti e soprattutto dell’etica e della legalità.
E se questo quadro non vi dice nulla, beh, allora probabilmente siete dei figli di papà accecati dai privilegi e dall’eccesso di acume.
A proposito: no, l’acume non è quello che vi devasta la pelle sin dai tempi dell’adolescenza.
Stupidi ragazzini viziati…